Questa settimana, per ben due volte e per motivi in parte coincidenti, il tema dell'impegno militare italiano è venuto alla ribalta della cronaca, con particolare riferimento alla presenza di un nostro contingente in Afghanistan, con il voto parlamentare al rifinanziamento di tutte le nostre missioni all'estero e con la contestazione del Presidente della Camera Bertinotti alla Sapienza. I motivi, come ho detto, sono a mio avviso solo in parte coicidenti. Il voto parlamentare, come anche si evince dai commenti sui quotidiani (vedi, ad esempio, il post precedente), ha scontato, al Senato, la subordinazione di una parte delle destre a calcoli di mero tatticismo: in buona sostanza, il tentativo (fallito) di spallata al Governo. Sarà ora compito di chi ha optato per questa scelta, in primo luogo Berlusconi, spiegare al popolo italiano in generale, ed all'elettorato di destra in particolare, le ragioni del loro voto schizzofrenico (sì alla Camera, astensione - che equivale al no - al Senato), che qualora avesse ottenuto il risultato da loro sperato (la bocciatura del rifinanziamento) , avrebbe comportato la fine di tutte le missioni di pace italiane e il crollo definitivo del ruolo italiano (tanto quello attuale, tanto quello agognato, su cui sta lavorando, e non da poco, la nostra diplomazia) nello scenario internazionale, con buona pace del tanto decantato amor patrio.
La questione che, tuttavia, mi sta maggiormente a cuore, è l'altra, la contestazione a Bertinotti. Credo sia giusto iniziare, a scanso di equivoci, e per permettere a chi legge di contestualizzare meglio le mie parole, chiarendo che le mie idee sul leader di Rifondazione sono tutt'altro che tenere. Tra le tante, considero un errore grave aver cavalcato l'onda movimentista, soprattutto quell'area per il pacifismo, che non è pace ma è "pace senza se e senza ma", e che già nei simboli, molto spesso, si contraddice (e penso soprattutto a chi marcia per il pacifismo con le effigi di un famoso argentino che, per quanto idealista, era indiscutibilmente un guerrigliero). Nonostante queste (e molte altre) perplessità che mi suscita il pensiero dell'uomo simbolo dei vetero-comunisti (e di molti esponenti dell'area massimalista), non ho provato alcun piacere nel vedere confermata, con la contestazione, l'idea che chi cavalca la tigre dell'estremismo e dell'opposizione irrazionale, rischia, appena scende, di venire sbranato. Non ho provato alcun piacere perchè c'è ben poco da rallegrarsi nel vedere che a sinistra, anche tra i giovani, e cioè tra coloro che dovrebbero essere intellettualmente più dinamici e meno disposti ad incatenarsi acriticamente al preconcetto ed alle visioni ideologiche del mondo, vive e prospera, in primo luogo, l'intolleranza e la logica squadrista della contrapposizione amico/nemico (o guelfi/ghibellini, se vogliamo provocatoriamente chiederci da quanto va avanti la faccenda), nonché una visione molto semplicistica e passionale, se vogliamo (e qualcuno una volta disse: chi non lo è da giovane non ha cuore, chi lo rimane da adulto non ha cervello), delle dinamiche di un mondo che tutto è tranne che semplice. Temo che una cosa del genere sia sbagliata da almeno due punti di vista, uno puramente logico, l'altro etico.
Dal punto di vista logico, infatti, mi sembra che il mondo, come dicevo, sia estremamente complesso e variegato, le cui forze e le cui dinamiche sono spesso strettamente collegate, e mi pare impossibile banalizzarlo in una semplice dicotomia, come quella bene/male (frequente nel pensiero occidentale fin dalla Grecia, passando per il Cattolicesimo, per finire a costituire la base del Marxismo - dicotomia capitale/lavoro), senza trascurare degli aspetti essenziali e senza adottare una visione "statica" dei fenomeni che ci circondano. Provo a spiegarmi meglio. Quando dico visione "statica", immagino qualcosa di molto simile allo studio di una foto o di un disegno. Immaginiamo, tanto per fare un esempio, di avere davanti un puzzle con il disegno della torre Eiffel. Se noi a quel puzzle gli togliessimo i pezzi che corrispondono ai piloni di appoggio, e magari li aggiungessimo alla cima per farne una struttura più alta, non succederebbe nulla, la torre non si sposterebbe di un millimetro, la torre non ne risentirebbe, la struttura rimarrebbe senza problemi dove l'abbiamo lasciata, sospesa nel vuoto. Perchè? Perchè è un'immagine, una rappresentazione statica della realtà. Nessuno sarebbe così pazzo da ipotizzare un'operazione del genere nella realtà, cioè nell'ambiente dinamico, perchè anche i bambini sanno che effetti catastrofici si avrebbero, anche i bambini sanno (o almeno intuiscono) che nella realtà si deve fare i conti con elementi (ad esempio le leggi della fisica) che in una concezione statica, in una foto, in una rappresentazione della realtà (e dunque non nella realtà "vera", ma in una finzione), si possono tranquillamente trascurare. Nella vita reale no. Nella vita reale, come in una partita di Shangai, come muovi un pezzo rischi di muovere tutti gli altri, ed in una partita con un numero infinito di stecchette e impossibile, praticamente e, soprattutto, teoricamente, capire tutte le innumerevoli conseguenze dell'azione. Tutta questa premessa (tanto lunga quanto, immagino, pallosa) è utile (almeno me lo auguro ; )) per parlare del tema centrale: guerra e pace. I pacifisti "senza se e senza ma" dicono che è contraddittorio ricercare la pace attraverso la forza militare. Come a dire che la pace è l'opposto della forza. Ma è veramente così? A mio avviso, no. Temo che questo ragionamento sconti degli errori di valutazione di fondo, dovuti anche al lungo e solido periodo di pace di cui noi europei godiamo (grazie al coraggio e alla lungimiranza dei padri fondatori del progetto europeo) dalla fine della seconda guerra mondiale e che forse ci ha portato a darla per scontata, a ritenerne certi, assodati e inossidabili i presupposti, i rapporti di forza che la sostengono. Perchè è proprio la forza a garantire la pace, o per meglio dire è l'imposizione di una unica modalità pacifica di risoluzione delle controversie. Sembra una contraddizione, ma se ci fermiamo un secondo a riflettere ci possiamo rendere conto che è così, che la forza c'è, è presente sempre, è connaturata alla stessa convivenza civile, anche se noi abbiamo l'immensa fortuna ed il privilegio di poterla mettere un po' sullo sfondo, di non doverla percepire e vedere costantemente. E dove sarebbe nascosta, qualcuno si può chiedere, questa forza che sorregge e permette la convivenza pacifica? In realtà, è su tutti i giornali e sulla bocca di molte personalità pubbliche, che ogni giorno si impegnano o ne chiedono in misura maggiore. E' la certezza del diritto. Il diritto, lo vediamo tutti ogni giorno, è lettera morta se non c'è nessuno che lo "fa rispettare". E che significa farlo rispettare, se non imporlo, anche con la forza, se necessario? E chi è chiamato a farlo, se non per prime le forze (e sottolineo forze) dell'ordine? Qualcuno forse si meraviglierebbe se un carabiniere o un poliziotto sventasse, che ne so, uno stupro con la forza? Qualcuno può legittimamente pretendere che, davanti alla criminalità organizzata, le forze dell'ordine dovrebbero andare disarmate, convicendo a parole i boss che stanno provocando del male a persone innocenti, invitandoli a redimersi? E se un criminale mettesse a rischio la vita di qualcuno, che pensa che le forze dell'ordine dovrebbero lasciarlo fare, permettergli di nuocere all'altro, solo perchè non potrebbero impedirglielo senza usargli violenza?
La verità, mi sembra, è che la forza non è scomparsa dalle nostre società "in pace" solo perchè non ci capita di vedere le sparatorie passeggiando normalmente per le strade, o perchè non assistiamo ad arrestri arbitrari, o alle deportazioni. Molto più semplicemente, nelle nostre società la forza è stata sottoposta a dei vincoli stringenti, primo tra tutti il rispetto della proporzionalità, il che significa che sarebbe inammissibile, per esempio, condannare a morte una persona perchè viaggiava in autobus senza biglietto, come è inammissibile, fin dal codice civile (scritto sotto il fascismo, tra l'altro), che il danneggiato possa chiedere al danneggiatore più di quanto non serva per riparare il danno subito e riportare la situazione a come sarebbe realisticamente stata se non fosse intervenuto il danno stesso. E dunque, alla luce di quanto detto, il problema non cessa di essere il "se" è legittimo l'uso della forza, e non diventa il "come", in che condizioni e secondo quali procedure è legittimo?
Simone Buratti
segretario Sg Palestrina